“Back to the wine” … “L’Isola”di Non solo tappo “C’era” 1 parte

Ora a casa, a raccontarmi della tre giorni, tutto quanto è passato, i sorrisi, le discussioni, i “secondo me”, i consigli, i complimenti ed i pochissimi a me non piace.

Chiudendo gli occhi, la tastiera a richiamare battute, i vetri, i vignaioli, chi racconta di vino, li ho incontrati tutti ….. in un progetto dove Andrea ci ha messo l’anima.

 

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Ricordo ancora la sua emozione mentre in autostrada questa estate peregrinavo tra vigneti e lui a raccontarmi la sua idea ed a chiedermi “Roby sei con me?”.

“Certo”, un si incondizionato fin dal primo Vinessum, al primo pre evento a Eyes Wine Shut, Non solo tappo c’è, c’è stato sempre.

Una crescita, continua, gli eventi che sono diventati “Cult” in esperienze che hanno dato le basi a questo Back to the Wine.

Art designer Roberto Orciani
Art designer Roberto Orciani

La strada scivolosa per la pioggerella fina, non lasciava presagire nulla di buono, sicuro invogliava entrare nel locale a bersi un bicchiere, era sabato 12, l’anteprima, la cena del pre evento, pochi amici, in un sommesso passaparola, esclusivo, solo una 30 ina di posti, La Baita a Faenza, un punto di riferimento.

 

Nulla lasciato al caso, già testato, il locale, gli uomini che ne fanno l’anima, li avevo incontrati solo due settimane prima ad organizzare un pò tutto.

 

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La formula, la solita, la voglia di stare assieme, di esagerare stando bene, per incontrarsi, raccontarsi con una bottiglia, la magnum, ognuno la sua, per esprimere un emozione attraverso un vetro.

Gli amici di sempre, poi chi è venuto a scatola chiusa fidandosi dell’invito di Andrea, ma lo zoccolo duro c’era, i soliti noti, Il Pocy, Jean Paul Baben, Roversi, Villa, Bragagni.

 

 

 

Vini da amare, scoprendo nuovi approcci, vignaioli a nudo, sul tavolo, le domande irriverenti e le risposte sincere, nulla di artefatto, solo calici veri da Back to the Wine, in un contesto all’altezza.

 

Art designer Roberto Orciani
Art designer Roberto Orciani

 

Un vino che non si accompagna al cibo è orfano, la tavola della Baita di bel respiro, sincera ed appassionata cosi i suoi interpreti a finire la serata nel post evento, i pochi superstiti in beve emozionanti, spulciando i latticini esclusivi dal reparto di gastronomia.

L’ora tarda, il rientro onorato dal tassista esclusivo, Jean Paul Baben, il suo, mai assente sorriso, a chiudere il primo giorno.

 

La domenica, la sorpresa, il padiglione della fiera non lo avevo visionato il sabato, dovevo preparare un pò tutto, lo stand dell’isola non solo tappo, ma tutto più facile di quanto pensassi.

 

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La location elegante nell’approccio, semplice, mai aggressiva, il tenue rosa del depliant a congiungersi in una linea sottile sui banchi di assaggio, dove i soliti banali corridoi da allevamento di volatili venivano soppiantati da isole sparse sapientemente disposte. La semplicità che rende fruibile e di facile approccio ogni incontro, senza sovrapposizioni, ma spazi indovinati.

 

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Della mia isola, a giochi fatti ne sono ancor più orgoglioso, ero sicuro di cosa avevo al tavolo, ma non sempre le mie scelte sono state condivise in passato.

Riscontri negativi non ne ricordo, non ne ho avuto praticamente nessuno, saprò vendermi e vendere, ma è stato facile ammaliare chi avevo di fronte con queste beve.

 

Unico dispiacere non aver avuto al mio fianco gli oramai amici vignaioli siciliani che tanto mi hanno dato nel mio tour estivo e Michele indaffarato nella campagna Lucchese dietro i suoi olivi.

Li ricordo tutti con immenso piacere.

 

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Qui racconto delle beve, a Passopisciaro incontriamo Scirto ed i suoi vetri, freschi, sapidi, con l’alcool celato da un’energia intrigante che racconta di vigneti “impossibili” calpestati tra erbe infestanti, in una giungla unica. Il Nerello Mascalese che sa rimanere giovane, il 2010 in assaggio, capace di stupire con la sua pungenza ed un colore brillante. Una beva che adoro, più volte ho incontrato il bicchiere, la scusa, parlarne a chi avevo di fronte, se mi piace questo vino, cavoli se mi piace. Spero di ritrovarmi ancora quel vigneto davanti ai miei occhi.

 

 

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Un po piu in là, un amico caro, Massimiliano, l’intellettuale “diverso”, neuroni brillanti, facili da solleticare, cosi i suoi vini che ho presentato in fiera, la “Minnella” 2015 un bianco di un equilibrio e facilità di beva disarmante, sapidità, mineralità, agrume, nessun eccesso, solo equilibrio, un sorso continuo.

Il Nerello Cappuccio 2013, una chicca per gli estimatori, in purezza a raccontare del fratello meno conosciuto, spesso a completare il Mascalese in tagli dove non lo trova protagonista, qui a dar man forte a vini che l’Etna segna con le sue escursioni termiche, l’olfatto sottile, mai ingombrante, beva anche lei sottile.

 

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Poi il piatto forte, annata 2006, Vecchie Vigne, Nerello Mascalese, non per tutti, nell’isola di non solo tappo c’era, felice di questo riconoscimento da uno che ha fatto la new history dell vino Artigianale in Sicilia. Calabretta.

 

L’Etna ha dei testimoni che hanno la storia della viticoltura negli occhi, nelle mani, che hanno raccolto l’uva da ogni contrada, che conoscono ogni Cru, gli enologi che hanno fatto la storia, con i quali hanno lavorato, che hanno un patrimonio culturale incredibile, ma non sempre è facile trasportarlo in una bottiglia, lui c’è riuscito, Nunzio Puglisi depositario della storia di questo vulcano, i suoi vini spavaldi, inaspettati come il suo “bianco dell’Etna” nella sua interpretazione più riuscita la 2015, scollandosi da addosso interpretazioni che nelle altre annate erano piu legate alla tradizione nordica, ora in una versione capace di avere una personalità tale da poter essere riconoscibile un Gewurtztraminer in questo areale.

 

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I suo neri precisi come lo stile di questa azienda, molti i consensi al tavolo, il Nerello Mascalese 2013 ed Il Pinot Nero 2013 a dimostrare le assonanze spesso ritrovate tra i due vitigni, uno a fianco dell’altro, cosi uguali e cosi diversi. Enotrio.

 

 

Non ho mai amato i vini piacioni, neanche le persone piacione, neanche i dolci troppo piacioni, il vitigno che spesso non ha incontrato la mia beva, il “merlot”, non lo sceglierei mai in carta al ristorante poi ….. poi, complice il mio voler sempre mettermi in gioco, ho conosciuto referenze che danno beve che mi hanno fatto conoscere un altro “vitigno”, un modo di raccontare il merlot “facile, di ampio respiro, fresco” tanto è condizionante la mano di chi accompagna il grappolo in bottiglia.

 

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La toscana in quel di Lucca, li vicino, il vetro che sa essere giustamente vegetale, elegante, non aggredisce l’olfatto, ma accompagna la nota verde ad intersecarsi con il frutto piccolo più scuro, in mezzo al rovo. Ma allora è piacione anche questo, ma che domande? …..

 

Tenuta Lenzini, il merlot “Casa e chiesa” che l’annata rende a me più appetibile, gli spigoli del 2014 che rendono più agile la beva, consensi ad ogni sorso, da un parter assai variegato che ha trovato commenti accomunati nella stessa valutazione.

 

il racconto continua ….. a presto       Non solo tappo by Roberto Orciani

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