“il naturale che non c’è …”

Un po’ che non davo parole, sing and song, nessun bisogno di farlo, preferivo raccontarmi, raccontarmela ed a volte, riuscire anche a stupirmi.

L’anima quella c’è sempre, dietro ogni attimo che vivo.

Attimi, bastano pochi per dare, in una sinfonia raccolti uno dietro l’altro, racconti.

 

Moments inside of me, now inside and out in a continuous chase

Sul web le paranoie marchetizzate di chi racconta il vino, un invasione questi giorni, il naturale che non esiste, il vino lo fa l’uomo, le banalità a stuprare i neuroni di chi ce l’ha.

 

 

Solo, volutamente a farmi compagnia, me, come sto bene con “me”, alla fine non mi è antipatico come tempo fa, anzi quasi che mi è divenuto se non simpatico, interessante.

Rosso, volevo macchiare il bicchiere ed in cantina a cercare la mia storia.

I percorsi più o meno giusti, percorsi.

 

Anni a raccontare i vini che trovavo corretti, nessuna sbavatura, la viola che legava con il frutto, il Sangiovese che trovava corrispondenza con la beva, le vigne vecchie anzi vecchissime in una interpretazione quanto mai appagante, ci trovavo energia ed un amico al mio fianco, lui un grande, ma un grande davvero a farmi scoprire i suoi vini.

 

E qualcosa non mi torna, lo so, io il nulla, ma non mi torna, è buono, anzi buonissimo eppure

 

L’annata 2008 “strato” per questa interpretazione, commuovente nella sua assoluta assenza in ossidazioni banali, florealità commiste al frutto, accompagnano il vetro che lascia trasparire quelle trasparenze elegantemente eleganti, solo Sangiovese di quello nobile.

 

 

Eppure ad aprire un’altro vetro che fa parte di me.

 

Sempre Romagna, l’uomo che c’e dietro, le sue mani, incrociando le mie, raccolgo le rugosita che si incastrano in un abbraccio, un saluto che racconta di lavoro in vigna.

 

 

La beva che mi ammalia, il ribes, il frutto piccolo nero, il Carmenerè, un vino pazzesco, pazzesco il suo rincorrere accenni verdi, il peperone appena passato sul bracere, il 2006.

Mi vengono in mente i migliori Bordeaux bevuti e nella mia storia ce ne sono di blasonati, di quelli che fanno sognare eppure la sfacciataggine di questo vetro mi lascia ricordi unici.

 

Raccoglie complessità, definite in un quadro dalle pennellate generose, dove la tempera da grassezza alla tela, non accarezza, ma lascia cumuli di colore.

 

 

Non riesco ad abbandonarlo, il naso tenebroso racconta dei frutti più scuri, solarità, confetture, quelle dove ci si è dimenticati di mettere i conservanti e raccolgono quel mo di dolce eccessivo, che buono perchè ad equilibrare il tutto torna il raspo, quel raspo quasi bagnato dalla rugiada che esalta effluvi ora balsamici.

 

I vetri, che raccolgono gocce di vita, dietro ogni sorso, ricordi, l’ultima volta Matelica, in attimi tra lacrime e sorrisi, inutilità uniche che regalano parole eppure ora a sorriderne e bearsi di non aver limiti, quei limiti che ci dicono che il “naturale”

                                                                       “non esiste”

 

“a noi non crederci, io uno di noi”

 

Non ci fossero stati anche loro non sarei cosi e mi sa che di casino me ne hanno fatto thank Fabio Magnani ed Andrea Bragagni.

 

Vigna 1922         San Martino in Monte 2008 Sangiovese di Romagna

Burlando          2006 Andrea Bragagni in Brisighella